Cronache catanesi: Antonio Presti e Librino

Continuo il mio racconto delle cose e delle persone di Catania. Questa seconda puntata è interamente dedicata ad Antonio Presti e al progetto che sta portando avanti a Librino, uno brutto e pericoloso quartiere a due passi dall’aeroporto di Fontanarossa. Appena riuscirò a far evadere le fotografie dal gphone, le metterò su flickr 😉

Dopo una serie di contrattempi, finalmente mi muovo in taxi verso Librino per incontrare Antonio Presti. L’appuntamento è al muro blu all’ingresso del quartiere, indicazione che mette in difficoltà il tassista, che mi dice sgarbatamente che Librino è grande e che lui non si può mettere a cercare un muro. Al telefono mi faccio dare indicazioni da Antonio: il muro è la parete di cemento di un cavalcavia che è stato completamente dipinto di un blu vivace.
Lungo di esso, operai su dei ponteggi stanno montando dei bassorilievi di terracotta: sono le opere realizzate da 2.000 bambini del quartiere coordinati da alcuni artisti. Composizioni come questa fotografata da una ragazza che è stata a Librino alcuni giorni prima di me:

Antonio inizia a spiegarmi il suo progetto: “dobbiamo insegnare ai bambini a fare, invece che a chiedere, perché solo facendo possono diventare liberi”. Mi porta lungo il muro dove mi soffermo sui medaglioni di terracotta con i profili dei bambini: sono autoritratti firmati, ingenuamente bellissimi, che insieme compongono un mosaico suggestivo e di grande tenerezza.

“Vieni, ti faccio vedere il museo”. Passiamo sotto il cavalcavia che separa la parte bassa di Librino, più borghese e al riparo dalla criminalità, da quella alta, dove lo spaccio di droga è una regola. Il quartiere è stato progettato da Kenzo Tange negli anni settanta: palazzoni squadrati bruttissimi, figli di un’idea dell’architettura e dell’urbanistica che edificava alveari. Passeggiamo nella desolazione: “questo quartiere è frutto di un preciso disegno politico”, mi dice Antonio. “Fino a quando si riesce a tenere le persone in queste condizioni, si possono comprare i loro voti.” In fondo è come un racconto: personaggi inseriti in una storia drammatica, dove è normale che in quartiere di centomila abitanti esista una sola farmacia.

Prendiamo un caffè in uno dei pochissimi bar. Poi risaliamo in macchina e percorriamo tutto il quartiere. Mano a mano che procediamo, Antonio mi racconta il suo museo: enormi istallazioni sulle facciate cieche dei palazzi. Immagini delle persone che abitano in quelle case, opere interattive che dialogano tramite Internet con il resto del mondo. Quest’uomo è un incredibile visionario con un’idea poetica, che molti giudicherebbero irrealizzabile. Antonio Presti vuole trasformare Librino in un museo all’aperto: una wiki-esposizione in cui le opere sono realizzate e custodite da migliaia di persone che abitano nel quartiere: “il dono è un grande motore di ricchezza, anche economica”, mi dice. “Esiste un’economia del dono”, e io mi immagino che a molti possa apparire una rivelazione. Eppure!

L’ultima tappa è nella scuola, dove studiano gli artisti del museo di Librino. Ci sono migliaia di pezzi di argilla che stanno seccando o cuocendo. Medaglioni, lettere, mosaici: un intero pezzo dell’edificio è occupato dal laboratorio che sta sfornando le parti della Porta della Bellezza, attraverso cui si entrerà nel museo di Librino.

By Nicola Mattina