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L’assedio a Forte Arcore e la strategia dello “sputtanamento”

Ieri sera Antonello Piroso ha intervistato Paolo Mieli. Riferendosi alle disavventure di Piero Marrazzo, l’ex direttore del Corriere della Sera ha detto: “questa vicenda è stata montata per creare il panico e oggi c’è un’atmosfera carica di altri ricatti verso molti uomini politici”.
E’ un’affermazione che mi sento di condividere, perché in questo affaire ci sono tante cose che stonano; tra queste, quella che mi sembra più singolare è il passaggio di informazioni dal direttore di Chi Alfonso Signorini fino al Presidente del Consiglio e la telefonata di avvertimento di quest’ultimo a Marrazzo.

E’ una telefonata che si presta a molte interpretazioni: quella proposta dallo stesso Berlusconi è ovviamente benevola e amicale. Il fatto è che Berlusconi non è una persona benevola e, soprattutto, non mi risulta che sia propenso a stringere legami di amicizia con gli avversari politici (spesso, neanche con gli alleati).
Allora, perché il presidente del Consiglio telefona al governatore del Lazio e poi lo fa sapere pubblicamente? Se dovessi pensare male, direi che si tratta di avvertimenti. La prima chiamata, infatti, potrebbe essere interpretata come un invito a farsi da parte; la seconda, invece, potrebbe essere il modo per dire: “vedete che cosa posso fare? ci metto poco a togliere di mezzo chi mi da fastidio, basta trovare lo scheletro nell’armadio”.
Non dimentichiamo che, poco tempo fa, il Giornale diretto da Vittorio Feltri ha ordito l’agguato a Dino Boffo, direttore di Avvenire e reo di aver scritto una serie di severi editoriali per bacchettare le discutibili frequentazioni del premier.
In questa attività offensiva verso gli avversari c’è però un salto di qualità. Sembra, infatti, che laddove non si può esercitare il forte potere di interdizione che nasce dalla posizione istituzionale e dal potere economico, si sia passati a metodi più spicci. Quando ci fu l’editto bulgaro e la richiesta della testa di Paolo Mieli, all’epoca direttore del Corriere della Sera, non si ricorse allo “sputtanamento”, mentre oggi questa sembra essere la tecnica preferita per togliere qualcuno dalla scena politica.

Cosa giustifica un’offensiva così brutale? A me sembra che si stia stringendo un assedio bipartisan attorno al presidente del Consiglio, che ormai è troppo ingombrante per tutti.
Sfogliando il Corriere della Sera di oggi, per esempio, leggo tre notizie che possono essere collegate l’una con l’altra. Gianfranco Fini sta per pubblicare un libro dal titolo suggestivo (Il futuro della libertà) che di fatto è un programma politico e quindi una esplicita candidatura alla successione. Francesco Rutelli inaugura un nuovo partito, con l’obiettivo di raccogliere chi non si riconosce in un Partito Democratico che si sta spostando troppo a sinistra e sta quindi progressivamente perdendo l’aspirazione ecumenica con cui era nato. In Sicilia, infine, gli esponenti del Pdl capeggiati da Gianfranco Micciché minacciano la secessione e propongono un modello di partito federale.
Insomma, l’ipotesi che si stia progressivamente stringendo un assedio a Forte Arcore non sembra poi così campata in aria. A destra, l’alleato scalpita per ottenere il ruolo che sta aspettando da tempo, mentre alcune frange del Pdl fortemente radicate sul territorio come quella siciliana che ha portato consistenti pacchetti di voti al cavaliere nelle ultime tornate elettorali, scalpitano perché evidentemente non hanno ottenuto quello che volevano (sarà un caso tutta questa insistenza sul Ponte sullo Stretto e l’annuncio di voler partire con i lavori addirittura il 23 dicembre di quest’anno?).
Al centro potrebbe formarsi un partito sufficientemente grande da sottrarre voti proprio al Pdl: d’altro canto, di nostalgici della Democrazia Cristiana in Italia non ne mancano e l’unione di Casini e Rutelli potrebbe effettivamente rappresentare l’occasione per mandare in minoranza il Popolo delle libertà alle prossime politiche.

Chissà che finalmente l’Italia non si riesca a liberare di Silvio Berlusconi e a chiudere quella che gli altri aderenti al manifesto del Cambiamento e del Buongoverno hanno chiamato la Guerra dei quindici anni. Il rammarico è che per arrivare a questa svolta sembra inevitabile abbandonare l’idea del bipartitismo e preferire una strategia dei due forni, con un centro forte che porti via un numero sufficiente di voti al Pdl tanto da renderlo minoranza e che si allei di volta in volta con la destra o con la sinistra in funzione del risultato elettorale. Purtroppo, l’Italia non è un Paese in cui il bipartitismo possa funzionare.

UPDATE. Si legga anche questo pezzo di Giuseppe D’Avanzo su Repubblica: La macchina del fango partita da Milano come un manuale di killeraggio politico.