App Store: una conversazione sul modello di business

Venerdì, ore 22, lancio un thread su Friendfeed per discutere del modello delle app per cellulare e delle loro prospettive. Il mio punto di vista è che gli app store non sono destinati a crescere e che saranno in gran parte sostituiti dalle web app. I motivi, a mio avviso, sono essenzialmente tre:

  • non è plausibile immaginare che ogni applicazione sia sviluppata per tutte le piattaforme perché è troppo oneroso (già adesso ci sono iPhone, Android, MeeGo, Symbian, Windows, WebOs e via dicendo);
  • presto sarà possibile accedere alla telecamera e ai sensori dell’apparecchio anche da mobile browser (in alcuni modelli è già così);
  • Apple impone un costo di transazione molto elevato (il 30% a cui vanno aggiunte varie tasse in funzione dell’area geografica e si arriva quindi a oltre il 40%) e la presenza di molte app che fanno la stessa cosa porta a livellare il prezzo verso i 79 centesimi di euro.

Inoltre, non va sottovalutata una ulteriore minaccia, ossia quella che grandi aziende decidano di realizzare delle app utili e di regalarle. Per esempio, una casa automobilistica potrebbe far sviluppare un’applicazione che sostituisca le tante che permettono di consultare i punti patente; un produttore di utensili per il fai da te potrebbe tranquillamente realizzare una suite di app con livella, torcia e via dicendo. Si tratta di software che si sviluppano con un investimento di poche decine di migliaia di euro e che rappresenterebbero un buon investimento in termini di comunicazione.

Alle mie considerazioni, Sergio Maistrello ha aggiunto un punto di vista interessante perché mette in evidenza un handicap strutturale del modello degli app store:

perch̩ sono un centro in un mondo che vive di periferie, ci hanno fatto fortune ma non son mai durati (finora) Рsergio maistrello
@sergio. interessante, me lo articoli meglio per cortesia? – Nicola Mattina
@nicola, strizzavo l’occhio al sempreverde worldofends.com. internet funziona quando si lascia che il valore si sviluppi ai margini della rete, mentre tende a scoraggiare i nodi che si ergono a centro essenziale per il sistema (non gli hub, che sono nodi funzionali, sinergici, per loro natura non esclusivi, ma i passaggi obbligati e gerarchici nelle vie della rete). gli app store sono un modello interessante e forse in questa fase perfino necessario per rassicurare e divulgare, ma sono una violenza ai presupposti di internet e mi stupirebbe se si consolidassero definitivamente (anche i portali sono sembrati a lungo la via definitiva ai contenuti su internet, ma alla lunga non son durati) – sergio maistrello

Non è invece d’accordo Federico Fasce, che mette in evidenza due aspetti condivisibili e meritevoli di essere discussi. Il primo riguarda le performance: è indubbio che un’applicazione nativa – soprattutto se ti tratta di un gioco – “giri” meglio di una web app. Tuttavia esistono tantissime altre applicazioni che non richiedono elaborazioni particolari e che per la maggior parte del tempo rimangono in attesa che l’utente tocchi lo schermo.
Il secondo aspetto riguarda il fatto che gli store permettono di monetizzare l’applicazione perché eliminano quasi ogni frizione nel processo di acquisto. E’ senz’altro vero e mi chiedo cosa stiano aspettando gli operatori mobili a mettere in piedi una piattaforma di micropagamenti che permetta di acquistare contenuti e applicazioni (intendo web app) direttamente dal browser: un bottoncino come quello dell’app store da embeddare in una pagina web, che addebiti l’importo direttamente sul conto telefonico dell’utente e che contempli acquisti di modica entità (uno o due euro al massimo) con un costo di transazione di non oltre il 15%.

Sull’argomento ci sarebbero molte altre cose da dire: aggiungetele voi nei commenti 😉

4 Responses

  1. Ciao Nicola, mi sono riletto tutto il thread su FF, e ho un paio di obiezioni alla tua affermazione iniziale:
    1. Le piattaforme mobili, ormai, sono solo due, ovvero iOS e Android (c’è una ricerca di Morgan Stanley che ha rilevato che si tratta delle uniche che sono passate da un utilizzo “telefonico” a uno “always connected”, tanto che le applicazioni “telefoniche” vengono usate per il 50% del tempo contro il 75% sulle altre piattaforme, per cui gli analisti danno Symbian e WebOS in fase calante, e MeeGo e Windows Phone come non pervenuti), mentre i browser – se consideriamo tutti gli incroci tra hardware e software – sono più di due, e quindi il minor costo delle Web App rispetto alle Application è tutto da dimostrare;
    2. il modello sviluppato da Apple per la suddivisione delle revenue non è molto diverso, alla fine, da quello del mercato “fisico”, visto che gli scaffali della GDO si pagano fior di quattrini come quelli dell’AppStore, e alla fine i costi di marketing mangiano una parte consistente del profitto.
    Le WebApp, che io non riesco ad apprezzare, sono poco performanti e sono troppo legate alla qualità della connessione – che sta peggiorando, sia sulla rete fissa che sulla rete mobile, perché i provider non fanno investimenti ma vendono sempre più abbonamenti a banda larga – perché ci sia qualcuno disposto a scommettere il proprio futuro. Io non avevo citato Macromedia a caso, perché l’idea era proprio quella da cui è partita Apple per sviluppare prima il modello WebApp e poi quello AppStore: una piattaforma trasversale – all’epoca era Director – per sviluppare piccole applicazioni da 1 dollaro l’una, che gli utenti non avrebbero avuto difficoltà a far girare su Windows, MacOS o Linux. Il problema, all’epoca, ma la situazione non è cambiata, sono stati gli utenti, che non avevano voglia di fare nessun tipo di sforzo per installare le applicazioni (e dovevano scaricare solo un’utility). Le WebApp sono troppo in mano agli sviluppatori, per cui ipotizzare un’uniformità di accesso simile a quella dell’AppStore (dove tutte le applicazioni si installano allo stesso modo) è francamente impossibile, perché ci sarà sempre uno sviluppatore con un bit più figo degli altri… In un certo senso, Apple si fa pagare per tenere ordine tra gli sviluppatori, e costringerli a fare quello che loro non vorrebbero, ovvero software che si assomigliano e funzionano in modo prevedibile.

  2. Italo, grazie del lungo e articolato commento. Ovviamente, le cose che dici sono condivisibili ed è senz’altro vero che oggi esistono sostanzialmente due piattaforme di riferimento (anche se io non sottovaluterei Blackberry per certi tipi di applicazione). Tuttavia, io non sarei così pessimista sulle webapp: in fin dei conti, qualche anno fa nessuno sarebbe stato pronto a scommettere sulla possibilità di avere un wordprocessor dentro al browser, eppure è la strada verso cui si sta andando 🙂