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All’alba dell’era della trasparenza

All’alba dell’era della trasparenza potrebbe essere il titolo di una ricerca sulle conseguenze della grande disponibilità di dati sul funzionamento di organizzazioni e istituzioni e sulla nostra crescente capacità di usarli consapevolmente. Provo ad abbozzarne una traccia.

Penso si possa sostenere che le organizzazioni sono sempre state opache e che un grado più o meno importante di segretezza sia sempre stato considerato un elemento di sostenibilità. Le industrie tendono a proteggere i propri processi, le istituzioni fanno della discrezione o della segretezza un elemento costitente del potere (Manuel Castells dice: «il potere è basato sul controllo della comunicazione e dell’informazione»).

E’ probabile che l’opacità sia effettivamente funzionale alla sostenibilità di un’organizzazione, anche se in questo momento non ho dati o letteraturata su cui appoggiare questa ipotesi. Credo addirittura che si possa sostenere che in molti contesti (forse la maggioranza) l’opacità è un meccanismo effeciente per far prosperare un’organizzazione. Tuttavia, non è detto che quello che è bene per il singolo produca un effetto positivo anche a livello di sistema. Per esempio, un’azienda può essere estremamente redditizia anche se produce inquinando, le banche fanno profitti enormi vendendo prodotti finanziari opachi e intossicando il sistema finanziario e via di seguito.

La necessità di evitare il proliferare di comportamenti che si rivelano dannosi a livello sistemico richiede l’introduzione di trasparenza. Le strade per rendere conoscibile un fenomeno sono numerose e probabilmente i settori che offrono molti casi da analizzare sono quelli della finanza e dell’industria. Qui possiamo osservare dai semplici meccanismi ispettivi fino all’obbligo di pubblicità di determinati dati o all’ottemperanza di specifiche procedure. Le formule sono molto ampie, ma credo che valga la pena sottolineare due aspetti. Il primo riguarda il fatto che nel mondo degli affari la trasparenza è direttamente collegata alla fiducia: tanto più è necessario generare fiducia e tanto più si deve aumentare la trasparenza. Per esempio, le aziende quotate in borsa devono assolvere a una serie molto ampia di obblighi di rendicontazione. Senza considerare che molte grandi società producono volontariamente ulteriori documenti come i bilanci di responsabilità, con l’obiettivo di dimostrare di essere tanto virtuose e affidabili da meritare la fiducia incondizionata di clienti, fornitori, dipendenti, azionisti, istituzioni e via di seguito.
Il secondo aspetto, invece, si riferisce all’uso della certificazione come strumento per ratificare la correttezza di un processo; grazie ad essa, determinati aspetti di un’organizzazione diventano conoscibili a un’autorità che concede o meno una patente di correttezza. E’ un sistema molto diffuso, anche se dimostra dei limiti enormi che generalmente vengono sintetizzati con la massima «chi controlla il controllore?».

Negli ultimi trent’anni anni, la corsa verso la trasparenza ha subito un’enorme accelerazione legata, prima alla digitalizzazione e poi all’introduzione della Rete. Molte delle informazioni che riguardano le aziende sono diventate digitali. Si è iniziato con la dimensione finanziaria e poi si è andati avanti a convertire in numeri qualsiasi aspetto della vita organizzativa. Oggi, con le piattaforme di social networking (dentro e fuori le organizzazioni) stiamo dando in pasto alle macchine anche le conversazioni.

Ogni volta che trasformiamo un pezzo di informazione in un documento digitale, facciamo un passo verso l’era della trasparenza. La sua rappresentazione binaria, infatti, lo rende facilmente trasportabile, elaborabile e quindi conoscibile.
E’ accaduto nel mondo delle merci quando i consumatori hanno iniziato a documentare le conversazioni che facevano attorno ai prodotti rendendone evidenti pregi e difetti al di là delle promesse delle aziende.
C’è un profondo cambiamento in atto nel modo in cui consideriamo la privacy delle persone, grazie al fatto che molte di essere condividono volontariamente parti più o meno imporatnti della loro vita sulle piattaforme di social networking e alla disinvoltura di chi, come Mark Zuckerberg, piega la privacy alle ragioni del business.
Un passo alla volta, infine, sta accadendo anche con i governi grazie al movimento degli open data che ha iniziato a muovere i primi passi da poco più di anno. Oppure, per merito di iniziative come Wikileaks.

Se è vero che siamo all’alba dell’era della trasparenza, dobbiamo iniziare a chiederci quali saranno le conseguenze. La risposta non è né semplice né univoca e possiamo fare solo delle ipotesi, giacché del futuro ci è dato di conoscere sono quello che possiamo raccontare intenzionalmente, mentre le conseguenze sono in gran parte inintenzionali, come ci ha insegnato von Hayek.

Io ne proporrò un paio (che magari sono solamente degli auspici) augurandomi che vorrete regalarmi un commento che mi aiuti a fare un po’ di luce sull’argomento. E’ possibile che vi sia un declino dell’economia di massa, favorito dalla circolazione di informazioni riguardo la produzione di beni e servizi; questo determinerebbe il passaggio da un’epoca caratterizzata dall’iper consumo a un’altra basata sul consumo collaborativo.

Mi sembra probabile che si passi da sistemi basati sulla certificazione a sistemi imperniati sul reputazione; questi ultimi, infatti, hanno dimostrato di essere piuttosto efficienti e sono alla base del funzionamento di intere comunità digitali, da quelle che si occupano di generare conoscenza come Wikipedia a quello che si scambiano beni come eBay. Una diffusione dei sistemi di reputazione potrebbe condurre a un incremento del livello complessivo di responsabilità, giacchè i due concetti mi sembrano intimamente collegati.

Per il momento mi fermo qui, anche perché il rischio di passare dal tentativo di immaginare le conseguenze al descrivere la Città del Sole o l’isola di Utopia è piuttosto alto 🙂