Idee su un ecosistema delle internet startup a Roma

Ieri sera ho fatto un salto a Milano per partecipare a un incontro organizzato da Roberto Bonanzinga insieme con lo studio legale Gianni Origoni Grippo e chi più ne ha più ne metta (ma perché gli studi legali hanno dei nomi così complicati? Mah) 😉

Roberto è partner di Balderton Capital a Londra, uno dei più grandi fondi del mondo, è siciliano e parla inglese con un marcato e simpatico accento isolano. E’ una persona molto piacevole con cui si scambiano volentieri quattro chiacchiere. E’ anche molto disponibile e, anche se non lo sa, ha avuto un ruolo importante nel percorso che mi sta portando verso la mia seconda startup. Qualche anno fa, infatti, gli chiesi un appuntamento a Londra per parlargli di un progetto che avevo in animo di presentare anche al SeedCamp. Fu molto gentile e mi ricevette alle otto e mezzo di mattina. Io arrivai con una serie di slide che avevo disegnato a mano, ma la presentazione durò pochissimo, perché Roberto deviò rapidamente il discorso su altro: un modo gentile per farmi capire che la cosa non gli interessava minimamente.

Quell’esperienza mi è stata molto utile soprattutto a distanza di anni. Perché ho commesso altre volte lo stesso errore di andare da un potenziale finanziatore prima del tempo. In altre occasioni, però, sono stato trattato con aria di grande sufficienza e spocchia, fino alla vera e propria cafonaggine. Il disinteresse era giusto ed ero io che avevo sbagliato. Tuttavia, il fatto che in queste altre occasioni l’interlocutore fosse stato sgradevole, mi aveva messo in una condizione mentale diversa: invece di biasimare me stesso, avevo finito per biasimare il potenziale finanziatore.

A distanza di tempo, ho collegato i punti e mi sono reso conto del diverso valore formativo: costruttiva la prima, distruttive le Altre. Cito l’episodio, perché l’atteggiamento mentale è uno degli ingredienti da mettere nella ricetta per costruire un ecosistema delle internet startup in Italia. Ieri sera è stato del tutto evidente.

Roberto ha portato a Milano Nico Perez, fondatore del Silicon Roundabout Social Club, un’iniziativa di networking dedicata agli imprenditori della tech city londinese che, in poco tempo, ha aggregato 600 membri nonostante ci sia un rigoroso filtro all’ingresso: possono accedere solo i founder di startup e sono escluse le società di consulenza e le iniziative in stealth mode.

Quella di Perez è un’interessante esperienza, ma il contesto italiano è troppo diverso ed è un fatto che Roberto e Nico non sono riusciti a suscitare l’entusiasmo che auspicavano. Anzi, la platea è rimasta piuttosto freddina e, a fronte delle esortazioni, ha opposto subito i soliti «qui non si può fare» oppure «la fate facile voi che state a Londra». Qualcuno, sottovoce, ha anche detto: «ma questi si pensano che siamo una tribù di aborigeni?».

Confesso che anche io ho avuto questa reazione però voglio cercare di cambiare il mio state of mind. Affrontiamo il discorso da un altro punto di vista: in ogni avventura c’è un punto di partenza con cui occorre fare i conti e non si può fare l’imprenditore se si pensa che ci siano degli ostacoli insuperabili. Se l’obiettivo è creare un ecosistema, allora bisogna innanzitutto lavorare sugli elementi che lo costituiscono e sulle connessioni, partendo da quelli più accessibili. Articolo il ragionamento riferendomi esplicitamente a Roma, perché è una realtà che conosco meglio di Milano.

I cluster di imprese high-tech vivono innanzitutto di competenze e queste si formano nelle università. L’obiettivo è spiegare ai ricercatori, laureandi e partecipanti ai master che fare impresa è un’alternativa desiderabile al posto fisso, ma che – invece di aspirare a fare una piccola società di consulenza – devono puntare a conquistare il mondo. Allo stesso tempo, è utile essere estremamente pragmatici, ossia:

  • prendere in considerazione solo le facoltà tecniche degli atenei maggiori, ossia ingegneria informatica, matematica, fisica, scienze dell’informazione ed economia delle tre statali e della Luiss (non ha alcun senso sforzarsi con università al limite del ridicolo come quelle telematiche);
  • puntare innanzitutto sui ricercatori, sui dottorandi, sui partecipanti ai master perché sono quelli più vicino al mondo del lavoro e quindi potenzialmente più interessanti (gli studenti che hanno la fregola di fare impresa si aggregheranno);
  • far incontrare in modo sistematico chi frequenta i laboratori con chi frequenta le aule di economia.

Su questo fronte, a Roma, Augusto Coppola, Carlo Alberto Pratesi e Paolo Merialdo stanno facendo un lavoro egregio con InnovactionLab. Sarebbe bello se questa iniziativa scalasse, passando da centinaia a migliaia di partecipanti all’anno e che si rivolgesse in modo più deciso anche ai ricercatori. Sarebbe bello se, accanto a questo primo esperimento, nascessero altre iniziative di questo genere, perché la concorrenza genera risultati migliori e perché «one size does not fit all». Inoltre, non dimentichiamo che queste iniziative devono promuovere la conoscenza e l’adozione dei metodi e degli strumenti della scientific entrepreneurship, come il customer development, la lean startup, il business model canvas e via discorrendo. La parola d’ordine deve essere product market fit.

Il secondo fattore su cui si basano i cluster di imprese high-tech è la densità: molte persone che hanno aspirazioni e ambizioni comuni che si incontrano frequentemente, si scambiano idee ed esperienze, fanno accordi, costruiscono aziende insieme. Probabilmente è utile creare questa densità in modo artificiale, individuando una zona della città dove le startup possano insediarsi e convivere. Probabilmente non deve essere necessariamente una via o un quartiere. Può anche essere un zona più ampia. Parlando di Roma, a me viene in mente tutto il territorio che va da viale Marconi all’Eur: c’è l’università di Roma Tre, ci sono molti locali, i prezzi degli affitti sono abbordabili, ci passa la metro e quindi si arriva velocemente a Termini, è vicino all’aeroporto. Ieri sera, Bonanzinga suggeriva di cercare di aggregare le startup affittando uffici grandi e io sono d’accordo perché sicuramente questo diminuisce il senso di isolamento, da cui a volte si viene assaliti quando si fa questo percorso. L’esperienza di Luigi Capello è certamente importante e oggi rappresenta la più grande concentrazione di internet startup della capitale (considerando che in città non ci sono più di 30 progetti comprese le iniziative appena incubate).

Il terzo fattore abilitante di un ecosistema è una rete di mentor, perché è necessario costruire una vera e propria comunità di pratica di imprenditori. Non è facile per il semplice motivo che non siamo abituati al give back: di fatto la maggior parte degli imprenditori di successo in questo settore sono invisibili e poco disponibili a fare un’attività che probabilmente considerano una perdita di tempo. Beh, bisogna andarli a stanare e bisogna coinvolgere anche persone che provengono da settori tradizionali. In fin dei conti, H-Farm a Treviso è il frutto delle ambizioni di imprenditori di seconda generazione: magari anche a Roma ci sono dei quarantenni che hanno il pallino della tecnologia e che non hanno voglia di fare i palazzinari 😉

Ho lasciato per ultima la questione dei soldi: in un contesto dove – nella migliore delle ipotesi – nei primi anni possono nascere una ventina di iniziative all’anno, c’è più bisogno di business angel che di venture capitalist. Anche perché mi sembra che sul territorio romano ci troviamo nella singolare situazione di avere una struttura privata come Enlabs che fa micro-seed e incuba startup, mentre manca quasi totalmente un fondo in grado di fare seed. Infatti, se andiamo a vedere gli imprenditori che hanno ricevuto finanziamenti nella fascia del 250-500mila euro, ci accorgiamo che sono stati quasi tutti affiancati da privati o che hanno raccolto fondi all’estero. Insomma, mentor e business angel viaggiano insieme ed è auspicabile che si sovrappongano.

Qualcuno mi dirà che finora non ho nominato lo Stato. E’ vero e l’ho lasciato fuori di proposito perché non credo che oggi i nostri governanti siano in grado di produrre effetti positivi sulla nascita di un cluster di internet startup. A Roma in particolare, la situazione è drammatica e tra pochi mesi si entra in campagna elettorale: le startup saranno l’ultimo dei problemi dei candidati, anche se in tutti i programmi elettorali ci sarà scritto innovazione a caratteri cubitali.

Io penso che dobbiamo partire da obiettivi molto concreti e che sia essenzialmente una questione che vada portata avanti da privati, che devono costruire un terreno di coltura su cui innestare internet startup: i venture capital arriveranno a innaffiare. Lo Stato probabilmente rimarrà a guardare in altre faccende affaccendato. Quindi, l’importante è muovere il sedere e darsi da fare 🙂

4 comments

  • Bel post. Condivido le tue opinioni su ciò che si potrebbe fare. Penso però che difficilmente si potranno mettere in pratica. Il problema è di mentalità, come dici tu. E la mentalità è un ostacolo potentissimo. Ma la mentalità si può cambiare.
    Il vero problema è che, a meno di non mettere in ballo cifre ingenti, i poli sorgono dove sorgono. Non si decidono. Negli USA la gente si sposta. Lo stesso Zuckerberg ha lasciato l’Est per spostarsi a Palo Alto. In Italia la gente dovrebbe lasciare Roma ed andare, per dire, a Berlino.
    Come tu stesso hai detto a Roma ci sono probabilmente 30 progetti in corso. Qui a Mountain View ce ne saranno ad occhio 3000.
    I numeri sono importanti.

  • Nicola, ottima analisi e grazie per il return su Bonanzinga..interessante storia di siciliano, in quest’anno in cui ho scoperto la Sicilia coi nostri progetti. Puoi immaginare che condivido da tempo quello che dici. Quando nel 1999 mi sono inventato La Storia nel Futuro , in piena bolla di internet, dirigevo il Tecnoparco del Lago Maggiore, e credevo ( da esperienze liguri anni prima…) che “valorizzare le best practice di un territorio attraverso testimonial” aiutasse il territorio a crescere, creandone altre. Da lì poi nel 2005 con il ri-incontro con Jeff Capaccio a San Francisco è nato il Silicon Valley Study Tour…12 edizioni…200 Alumni…start up tra cui Hub Milano e Rovereto ( da due alumni…quindi derivata seconda del processo) progetti come Innovaction Lab a Roma ( dopo che Carlo Alberto Pratesi mi ha seguito in SVST 2007 e 2008 …derivata seconda again) Per dirti che credo molto in quello che dici…applicato a tutta Italia (sono 25 i cicli di conferenze in 10 …mi sembra…città fatti a oggi) perchè come si capisce ..unendo i puntini 😉 poi le derivate, seconde, terze ecc arrivano. E’ un pò quello che dice Fabrizio quando afferma che dal 2005 ( anno di Funambol ..anche) a oggi quello che è successo in Italia da solo ottimismo…quindi keep on doing, la macchina è in moto non si ferma, può solo crescere…lo vedo da mia figlia di tre anni… Il Top down non serve, magari qualche regola facilitativa…ma tutto quello che è nato e cresce è tutto bottom up…I agree! Grazie per lo spunto!

  • Bel post, Nicola. Lascio anche qui il commento che ti ho postato su facebook.

    Una cosa di cui nessuno parla sono i servizi professionali (consulenza legale, commercialistica, tributaria, del lavoro). Chi, consolidata una idea ed un modello di business, vuole “partire” concretamente si trova davanti una quantità di questioni da affrontare che richiedono necessariamente il ricorso alle consulenze di cui sopra.

    E la mia esperienza è che la realtà romana è infestata da “professionisti” tanto costosi quanto incompetenti, sopratutto quando la startup mira ad espandersi fuori dall’Italia.

    Per gran parte di questi “professionisti” la startup è un oggetto stranissimo e incomprensibile, non si preoccupano minimamente di trovare le soluzioni migliori per una realtà così piccola. Ricordo ancora il nostro primo consulente del lavoro, a cui dovetti consigliare io i contratti di apprendistato, e che sbagliò tutte le assunzioni omettendo di richiedere le necessarie autorizzazioni (un vero disastro).

    Secondo me un “polo” di innovazione dovrebbe anche attirare un nucleo di professionisti giovani e preparati che realmente sappiano indicare alle startup quali sono gli strumenti migliori per rapportarsi con la burocrazia e con le leggi. Meglio ancora dovrebbe definire convenzioni con un nucleo di professionisti particolarmente validi, realizzando economie di scala.

    Il mio sogno sarebbe stato un incubatore in cui oltre ai mentor per gli aspetti tattico-strategici del piano di business, ci fosse anche uno staff di professionisti in-house (anche part-time) del tipo siddetto, competenti ed a prezzi abbordabili.

    E come ciliegina sulla torta un bel “centro studi” che si occupasse di raccogliere e mettere a fattor comune i vari report (Gartner, Ovum, McKinsey, etc.) e che supportasse a costi accessibili le startup nelle loro esigenza di valutazione e stima del mercato ICT (parlo delle startup web, ovviamente).

By Nicola Mattina